[REGOLA  DELLA COMPAGNIA  DI  SANT’ORSOLA]

[PROLOGO]

  1. Nel nome della beata e indivisibile Trinità.
  2. Prologo sopra la vita delle vergini, recentemente incominciata col nome di Compagnia di Sant’Orsola­.
  3. Alle dilette figlie e sorelle della Compagnia di Sant’Orsola.
  4. Poiché, figliole e sorelle dilettissime, Dio vi ha concesso la grazia di separarvi dalle tenebre di questo misero mondo e di unirvi insieme a servire sua divi­na Maestà,
  5. dovete ringraziarlo infinitamente che a voi special­mente abbia concesso un dono così singolare.
  6. Infatti, quante persone importanti, e quante altre di ogni condizione, non hanno né potranno aver una ta­le grazia
  7. Perciò, sorelle mie, vi esorto, anzi vi prego e suppli­co tutte, affinché, essendo voi state così elette ad es­ser vere e intatte spose del Figliol di Dio,
  8. per primo vogliate conoscere che cosa comporta una tal elezione, e che nuova e stupenda dignità essa sia.
  9. Poi, che vi sforziate, con ogni vostro potere, di con­servarvi secondo la chiamata di Dio,
  10. e che cerchiate e vogliate tutti quei mezzi e quelle vie che sono necessarie per perseverare e progredire fino alla fine
  11. Non basta, infatti, incominciare, se non si avrà anche perseverato. Perciò dice la Verità: “Qui perseverave­rit usque in finem, hic salvus erit”; chi avrà perseverato fino alla fine, quello sarà salvo.
  12. E ancora dice: “Beati qui audiunt Verbum Dei et cu­stodiunt illud”; cioè:   beati sono coloro ai quali Dio avrà ispirato nel cuore la luce di verità e avrà dato la voglia di desiderare la loro patria celeste; e che poi cercheranno di conservare dentro di sé tale voce di verità e tale buon desiderio.
  13. Senza dubbio infatti potrà conservarsi solo quella persona che vorrà anche abbracciare i mezzi e le vie a ciò necessarie,
  14. poiché poca o nessuna differenza c’è fra il dire fran­camente: non voglio più servire Dio, e il non voler seguire le vie e le regole necessarie per potersi man­tenere in tale stato.
  15. E tanto più, sorelle mie, bisogna che siamo vigilanti, in quanto l’impresa è ditale importanza che non po­trebbe essercene una di importanza maggiore,
  16. perché ne va della nostra vita e della nostra salvezza,
  17. essendo noi chiamate a tal gloria di vita, da essere spo­se del Figliolo di Dio e da diventare regine in cielo.
  18. Ma qui bisogna essere accorte e prudenti, poiché quanto più un’impresa ha valore, tanto più fatica e pericolo comporta;
  19. perché non c’è sorta di male che qui non tenti di op­porsi, considerando che qui siamo poste in mezzo a inganni e pericoli.
  20. E così si armeranno contro di noi l’acqua, l’aria e la terra, con tutto l’inferno per il fatto che la carne e la sensualità nostra non sono morte.
  21. Neanche l’avversario nostro, il diavolo, dorme; lui che non riposa mai, bensì sempre (come dice san Pietro), come leone che rugge, guata e cerca in qual modo pos­sa divorare qualcuna di noi, e con sue vie ed astuzie tanto numerose che nessuno le potrebbe contare.
  22. Tuttavia, sorelle mie, non vi dovete spaventare per questo.
  23. Infatti, se vi sforzerete per l’avvenire, con tutte le vostre forze, di  vivere come si richiede alle vere spose dell’Altissimo,
  24. e di osservare questa Regola come via lungo la quale dovete camminare, e che è stata composta per il vo­stro bene,
  25. io ho questa indubitata e ferma fede, e questa spe­ranza nella infinità bontà divina, che non solo supe­reremo facilmente tutti i pericoli e le avversità, ma li vinceremo anche con grande gloria e gaudio no­stro.
  26. Anzi, passeremo questa nostra brevissima vita con­solatamente
  27. e ogni nostro dolore e tristezza si volgeranno in gaudio e in allegrezza; e troveremo le strade, per sé spinose e sassose, per noi fiorite e lastricate di finissimo oro.
  28. Infatti gli angeli di vita eterna saranno con noi, nella misura in cui noi parteciperemo alla vita angelica.
  29. Su da brave, dunque! abbracciamo tutte questa santa Regola che Dio per sua grazia ci ha offerto.
  30. E, armate dei suoi sacri precetti, comportiamoci co­sì virilmente che anche noi, come santa Giuditta, troncata coraggiosamente la testa d’Oloferne, cioè del diavolo, possiamo ritornare gloriosamente in pa­tria;
  31. dove da parte di tutti, e in cielo e in terra, verranno a noi grande gloria e trionfo.
  32. E adesso, dunque, di grazia, state tutte attente, con cuore grande e pieno di desiderio.

Del modo di ricevere    Cap. I

  1. Prima di tutto si ricorda come ognuna che starà per entrare o essere ammessa in questa Compagnia, deb­ba essere vergine,
  2. e debba avere la ferma intenzione di servire Dio in tale sorta di vita.
  3. Poi: che entri lietamente
  4. e di propria volontà.
  5. Terzo: che non si sia già promessa a qualche mona­stero, e nemmeno ad un uomo di questo mondo.
  6. Quarto: se avrà padre, madre, o altri superiori, lei per prima chieda il loro consenso,
  7. così che a loro volta le governatrici e i governatori della Compagnia parlino con loro, di modo che essi non abbiano alcun motivo legittimo se poi per caso volessero impedirle di entrare in questa santa obbe­dienza.
  8. Quinto: che abbia almeno l’età di dodici anni
  9. Si ricorda, però, che quelle di età inferiore possono esser ricevute nelle riunioni per essere formate alla realtà di questa vita così singolare.

Come debbano andar vestite   Cap. II

  1. Si ricorda inoltre che i vestiti e il modo di portarli devono essere modesti e semplici, come veramente richiede l’onestà verginale:
  2. perciò ognuna vada vestita col bustino conveniente­mente chiuso, e sopra porti uno scialle o una sciarpa di tela, come sarebbe lino o cotone non troppo sottili e per niente trasparenti; e così sia anche il fazzoletto da testa.
  3. I vestiti poi devono essere di stoffa o di lanetta, e di colore bruno, o castagno scuro o grigio, o morello scuro, come converrà a ciascuna secondo le proprie possibilità.
  4. Tuttavia si potranno portare quelle stesse vesti che le sorelle si troveranno ad avere quando en­treranno nella Compagnia, e solamente fino a che dureranno, sempre che non comportino mai gene­re alcuno di balze, né di falde alle maniche, né al­cuna sorta di intagli, né ricami e altri simili orna­menti.
  5. E portino ai fianchi il cingolo, segno di esteriore mortificazione e di perfetta castità interiore.
  6. Non comportino seta e nemmeno velluto, e nemme­no argento e oro; non pantofole e scarpe se non nere e di forma semplice.
  7. Non scialli e fazzoletti da testa a colori, o di seta o di altro tessuto, troppo sottili e trasparenti; non crespa­ture alle camicie.
  8. Insomma, non fogge, né ornamenti, né trasparenze alcune, né altre vanità che possano macchiare la co­scienza propria e quella del prossimo,
  9. e che siano contrarie all’onestà verginale.

Del modo di comportarsi nel mondo  Cap. III

  1. Oltre a questo si ricorda: Primo: che non si abbia pratica con donne di malaffare.
  2. Poi: che per niente si ascoltino messaggi di uomini o di donne, specialmente in segreto.
  3. Terzo: che non si vada a nozze, e nemmeno a balli e tornei e altri simili spettacoli di piaceri mondani.
  4. Quarto: che rifuggano dallo stare al balcone e anche sulle porte e per strada, né sole né in compagnia, per molti motivi.
  5. Quinto: che andando per strada o per via, vadano con gli occhi bassi e modestamente col fazzoletto in testa:
  6. e vadano prestamente non indugiando, né ferman­dosi qua e là, né sostando a guardare curiosamente cosa alcuna.
  7. Perché dappertutto ci sono pericoli e varie insidie e lacci diabolici.
  8. Sesto: se le madri o altri superiori temporali le voles­sero esporre a tali o simili pericoli,
  9. oppure le volessero trattenere dal digiuno, o dall’o­razione, o dalla confessione, o da altra sorta di bene,
  10. esse lo riferiscano presto alle governatrici della compagnia, affinché esse vi provvedano.

Del digiuno  Cap. IV

  1. Si ricorda inoltre che ognuna voglia anche abbrac­ciare il digiuno corporale, come cosa necessaria,
  2. e come mezzo e via per il vero digiuno spirituale, col quale si troncano via dalla mente tutti i vizi e gli errori.
  3. E a questo ci invita chiarissimamente l’esempio di tutte le persone sante,
  4. e sopra tutto la vita di Gesù Cristo, unica via al cielo
  5. Perciò la santa madre Chiesa fa risonare questo aper­tamente alle orecchie di tutti i fedeli, così rivolgen­dosi a Dio: “Qui corporali ieiunio vitia comprimis, mentem elevas, virtutem largiris et praemia”; cioè: Dio, che mediante il digiuno corporale freni i vizi, elevi la mente, concedi la virtù e il premio;
  6. poiché, come la gola fu origine di tutti i nostri mali, così conviene che il digiuno e l’astinenza siano prin­cipio e mezzo di tutti i nostri beni e progressi spiri­tuali.
  7. Per questo dicono i sacri canonisti: “Indictum est ieiunium abstinentiae, lex a Domino Deo, prevarica­tio legis a diabolo”; cioè: è stato comandato dal Si­gnore Dio il digiuno, come legge di astinenza, men­tre la trasgressione della legge è stata introdotta dal diavolo.
  8. Pertanto esortiamo ognuna a digiunare, specialmente in questi giorni dell’anno: Primo; tutti quel1i che comanda la santa madre Chie­sa, cioè tutta la Quaresima, le quattro Tempora e tut­te le vigilie comandate.
  9. Poi: tutto l’Avvento
  10. Terzo: si digiuni subito dopo l’Epifania quaranta giorni, per domare i sensi e gli appetiti e la sensua­lità che allora specialmente sembrano signoreggiare nel mondo,
  11. e ancora per implorare misericordia innanzi al trono della divina Altezza per tante dissolutezze che in quel tempo sono commesse dai cristiani, come è più che palese a tutti.
  12. Quarto: dopo l’ottava di Pasqua si digiuni tre giorni la settimana, cioè il mercoledì, il venerdì e il saba­to.
  13. Quinto: si digiuni i tre giorni delle Rogazioni, o lita­nie, che la Chiesa celebra prima dell’Ascensione, per implorare il divino aiuto per il popolo cristiano.
  14. Sesto: si digiuni dopo l’Ascensione ogni giorno,
  15. e si stia anche in orazione con quanta forza di spirito si potrà fino al giorno dell’invio dello Spirito Santo, cioè fino a pasqua di maggio,
  16. domandando che si compia la grande promessa fatta da Gesti Cristo ai suoi eletti e ben disposti.
  17. Settimo: dopo pasqua di maggio si ritorni fino al­l’Avvento ai tre giorni della settimana sopra indicati.
  18. Ma siccome non si vuole se non cose discrete, allora si avverte che nessuna digiuni senza il parere spe­cialmente del suo padre spirituale
  19. e delle governatrici della Compagnia, le quali devo­no ridurre e diminuire tali digiuni secondo che se ne vedrà il bisogno,
  20. perché se uno indiscretamente affligge il proprio corpo, “Esset offerre holocaustum de rapina”, cioè sarebbe come se facesse un sacrificio con qualcosa di rubato, come dicono ancora i sacri canoni.

Dell’orazione    Cap. V

  1. Si ricorda ancora che ognuna sia sollecita all’orazio­ne così mentale come vocale,
  2. la quale è compagna del digiuno; dice, infatti, la Scrittura: “Bona est oratio cum ieiunio”; cioè buona è l’orazione che s’accompagna al digiuno.
  3. E si legge nel Vangelo di quella Anna, figlia di Pha­nuel, la quale nel tempio giorno e notte di continuo serviva Dio “in ieiuniis et orationibus”.
  4. Poiché, come col digiuno si mortificano le tendenze della carne e i propri sentimenti, così con l’orazione si impetra da Dio la grazia della vita spirituale.
  5. E, anche se bisogna pregare sempre con lo spirito e con la mente, dato il continuo bisogno che si ha del­l’aiuto di Dio, per cui dice la Verità: “Oportet sem­per orare” cioè: bisogna pregare sempre,
  6. tuttavia consigliamo anche la preghiera vocale fre­quente,
  7. con la quale si risvegliano i sensi
  8. e ci si dispone all’orazione mentale.
  9. Ognuna pertanto voglia ogni giorno dire almeno l’Ufficio della Madonna e i sette Salmi penitenziali, con devozione e attenzione
  10. perché dicendo l’Ufficio si parla con Dio, come di­ceva il beato Alessandro martire.
  11. E chi non lo sa dire, se lo faccia insegnare dalle so­relle che lo sanno dire.
  12. Chi poi non sa leggere, voglia dire ogni gior­no a Mattutino trentatre paternostri e trentatre avemarie in memoria dei trentatre anni che Gesù Cristo visse in questo mondo per amor no­stro.
  13. Poi, a Prima dica sette paternostri e sette avemarie per i sette doni dello Spirito Santo.
  14. E altrettanti ne dica a ciascuna delle altre Ore cano­niche, cioè a Terza, a Sesta, a Nona, a Vespro e a Compieta.
  15. F per da materia e qualche avvio anche all’orazione mentale, esortiamo ognuna ad innalzare la mente a Dio e ad esercitarvisi ogni giorno e, in questo od in altro modo simile, dire nel segreto del proprio cuore:
  16. “Signor mio, illumina le tenebre del mio cuore,
  17. e dammi la grazia di morire piuttosto che offendere oggi stesso la tua divina Maestà.
  18. E rendi sicuri i miei affetti e i miei sensi, così che non deviino né a destra né a sinistra,
  19. né mi distolgano dal luminosissimo tuo volto, che fa contento ogni cuore afflitto.
  20. Ahi! misera me che, entrando nel segreto del mio cuore, dalla vergogna non oso alzare gli occhi al cie­lo;
  21. merito, infatti, di esser divorata da viva nell’inferno, poi­ché vedo in me tanti errori, tante bruttezze e tendenze riprovevoli, come spaventose fiere e figure mostruose.
  22. Sono, dunque, costretta, giorno e notte, andando, stando, operando, pensando, a confessarmene ad alta voce  a gridare verso il cielo, chiedendo misericordia e il tempo di far penitenza.
  23. Degnati, o benignissimo Signore, di perdonarmi tan­te offese, e ogni mio fallo che mai abbia commesso fino ad ora dal giorno del santo battesimo.
  24. Degnati di perdonare i peccati, ahimé, anche di mio padre e di mia madre, e dei miei parenti ed amici, e del mondo intero.
  25. Te ne prego per la tua sacratissima passione e per il tuo sangue prezioso sparso per amor nostro;
  26. per il tuo santo nome: sia esso benedetto sopra la re­na del mare, sopra le gocce delle acque, sopra la moltitudine delle stelle.
  27. Mi dolgo d’esser stata tanto lenta a incominciare a servire la tua divina Maestà.
  28. Ahimè! finora non ho mai sparso neppure una piccola goccia di sangue per amor tuo,
  29. e nemmeno sono stata obbediente ai tuoi divini precetti,
  30. e ogni avversità mi è stata aspra per il mio poco amore per te.
  31. Signore, in luogo di quelle misere creature che non ti conoscono,
  32. né si curano di essere partecipi ai meriti della tua sacratissima passione,
  33. mi si spezza il cuore,
  34. e volentieri (se lo potessi) darei io stessa il mio san­gue per aprire la cecità delle loro menti.
  35. Perciò, Signore mio, unica vita e speranza mia,
  36. ti prego: degnati di ricevere questo mio cuore vilissi­mo ed impuro,
  37. e di bruciare ogni suo affetto e ogni sua passione nell’ardente fornace del tuo divino amore.
  38. Ti prego: ricevi il mio libero arbitrio,
  39. ogni atto della mia volontà, la quale da sé, infetta com’è dal peccato, non sa discernere il bene dal male.
  40. Ricevi ogni mio pensare, parlare ed operare;
  41. insomma: ogni cosa mia, tanto interiore quanto este­riore.
  42. Tutto questo io offro ai piedi della tua divina Mae­stà.
  43. E ti prego, degnati di riceverlo, benché io ne sia in­degna.
  44. Amen.”

Dell’andar a Messa ogni giorno   Cap. VI

  1. Inoltre ognuna vada a Messa ogni giorno, e ne veda almeno una intera,
  2. e ci stia con modestia e devozione,
  3. perché nella santa Messa si ritrovano tutti i meriti della passione del Signore nostro.
  4. E quanto più vi si sta con attenzione, fede e contri­zione, tanto più si partecipa a quei benedetti meriti e più si riceve consolazione.
  5. Anzi, sarà un comunicarsi spiritualmente.
  6. Si raccomanda però di non indugiare troppo nelle chiese;
  7. tuttavia, se vorranno pregare più a lungo, si chiudano nella loro camera, e là preghino come e quanto lo Spirito e la coscienza detteranno.

Della confessione     Cap. VII

  1. Si esorta inoltre a frequentare la confessione, necessaria medicina delle piaghe delle nostre anime,
  2. perché mai nessuno sarà giustificato dal peccato, se prima non avrà di sua propria bocca confessato al sacerdote le sue colpe, come dice la Scrittura: “Dic tu prius iniquitates tuas, ut justificens”; cioè: di’ tu per primo i tuoi peccati affinché tu sia giustificato.
  3. E la Verità dice a san Pietro: “Tibi dabo claves regni caelorum, et quodcumque ligaveris super terram erit ligatum et in caelis, et quodcumque solveris super terram erii solutum et in caelis”; cioè: io ti darò le chiavi del regno dei cieli, e qualunque cosa avrai le­gato sulla terra sarà legata anche in cielo, e qualun­que cosa avrai slegato sopra la terra sarà slegata an­che in cielo
  4. Dove chiaramente si dimostra che il peccato non può essere tolto via se non dal sacerdote e con la confes­sione.
  5. Infatti, in che modo il sacerdote potrebbe sciogliere dal peccato se non lo conosce?
  6. E in che modo lo potrebbe conoscere, se chi l’ha commesso non lo manifesta con la propria bocca, dal momento che il peccato sta nascosto nella co­scienza?
  7. Ognuna dunque voglia presentarsi al sacerdote come davanti a Dio eterno giudice,
  8. e qui dolente,
  9. schiettamente e in verità di coscienza, confessi il proprio peccato
  10. e ne domandi perdono,
  11. e sempre con timore e reverenza stia davanti al con­fessore, fino a che non abbia ricevuto l’assoluzione.
  12. A questo proposito si fa sapere che si deve scegliere un luogo o una chiesa determinata, dove si ha da eleggere un comune padre spirituale prudente e di età matura, al quale ognuna voglia confessarsi alme­no una volta al mese;
  13. poi, ogni primo venerdì del mese voglia recarsi in quella chiesa e là, tutte insieme, comunicarsi dal suddetto padre.
  14. Esortiamo inoltre ognuna a confessarsi e a comuni­carsi nella propria parrocchia nelle feste solenni.

Dell’obbedienza   Cap. VIII

  1. Si esorta ancora ognuna a praticare la santa obbe­dienza,
  2. sola vera abnegazione della propria volontà, la quale è in noi come un tenebroso inferno.
  3. Per questo Gesù Cristo dice: “Non veni facere vo­luntatem meam, sed eius qui misit me, Pater”; cioè: non son venuto per fare la mia volontà, ma quella del Padre che mi ha mandato.
  4. Infatti l’obbedienza è nell’uomo come una grande luce, che rende buona ed accetta ogni sua azione;
  5. per cui si legge: “Melius est oboedire, quam sacrifi­care”; cioè: meglio è obbedire che offrire sacrifici.
  6. E i sacri canoni dicono: “Nullum bonum est extra oboedientiam”; cioè: ogni cosa nostra, perché sia buona, dev’essere fatta sotto obbedienza.
  7. Per questo ognuna voglia obbedire:Primo: ai comandamenti di Dio, poiché dice la Scrit­tura: “Maledictus qui declinat a mandatis tuis”; cioè: maledetto è colui che non osserva i tuoi comanda­menti.
  8. Poi: a ciò che comanda la santa madre Chiesa, per­ché, dice la Verità: “Qui vos audit me audit, et qui vos spernit inc spernit”; cioè: chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me.
  9. Terzo: obbedire al proprio vescovo e pastore, e al proprio padre spirituale.
  10. E ai governatori e alle governatrici della Compagnia.
  11. Inoltre: obbedire al padre e alla madre, e agli altri superiori di casa,
  12. ai quali consigliamo di chieder perdono una volta la settimana in segno di sottomissione e per conservare la carità.
  13. Obbedire anche alle leggi e agli statuti dei reggitori, e ai governatori degli Stati.
  14. E sopra tutto: obbedire ai consigli e alle ispirazioni che di continuo ci suscita nel cuore lo Spirito Santo;
  15. la cui voce sentiremo tanto più chiaramente quanto più purificata e monda avremo la coscienza.
  16. Lo Spirito Santo, infatti, è colui che (come dice Ge­sù Cristo) “Docet nos omnem veritatem”; cioè: inse­gna a noi ogni verità.
  17. Allora, in conclusione: obbedire a Dio, e a ogni crea­tura per amore di Dio, come dice l’Apostolo,
  18. purché non ci sia comandata cosa alcuna contraria all’onore di Dio e alla propria onestà.

Della verginità    Cap. IX

  1. Ognuna ancora voglia conservare la sacra vergi­nità,
  2. non già facendone voto per esortazione umana, ma facendo volontariamente sacrificio a Dio del proprio cuore.
  3. Perché la verginità (come dicono ancora i canonisti) è sorella di tutti gli angeli,
  4. vittoria sopra la concupiscenza, regina delle virtù,
  5. e signora di tutti i beni
  6. Ognuna deve dunque in ogni cosa comportarsi così da non commettere né in se stessa, né nei confronti del prossimo, cosa alcuna che sia indegna di spose dell’Altissimo.
  7. Allora: soprattutto si tenga il cuore puro e la coscienza monda da ogni pensiero cattivo,
  8. da ogni ombra d’invidia e di malevolenza
  9. da ogni discordia e cattivo sospetto,
  10. e da ogni altro desiderio cattivo e cattiva volontà.
  11. Ma sia lieta, e sempre piena di carità, e di fede, e di speranza in Dio.
  12. E il comportamento col prossimo sia giudizioso e mo­desto, come dice san Paolo: “Modestia vestra nota sit omnibus hominibus”; cioè: il vostro riserbo e la vostra prudenza siano visibili a tutti, di modo che ogni vostro atto e ogni vostro parlare siano onesti e misurati,
  13. non nominando Dio invano,
  14. non giurando, ma dicendo soltanto con modestia: sì, sì, oppure no, no, come Gesù  Cristo insegna,
  15. non rispondendo superbamente,
  16. non facendo le cose malvolentieri,
  17. non restando adirata,
  18. non mormorando,
  19. non riportando cosa alcuna di male.
  20. Insomma: non facendo atto, né gesto alcuno che sia indegno in particolare di chi porta il nome di serve di Gesù Cristo.
  21. Ma tutte le parole, gli atti e i comportamenti nostri siano sempre di ammaestramento e di edificazione per chi avrà a che fare con noi,
  22. avendo noi sempre nel cuore un’ardente carità.
  23. Inoltre ognuna voglia essere disposta a morire piut­tosto che acconsentire mai a macchiare e a profanare un così sacro gioiello.

Della povertà    Cap. X

  1. Esortiamo finalmente ognuna ad abbracciare la povertà,
  2. non solamente quella affettiva delle cose temporali,
  3. ma soprattutto la vera povertà di spirito, con la quale l’uomo sì spoglia il cuore da ogni affetto
  4. e da ogni speranza di cose create,
  5. e di se stesso.
  6. E in Dio ha ogni suo bene, e fuori di Dio si vede po­vero del tutto, e proprio un niente, mentre con Dio ha tutto.
  7. Perciò dice la Verità: “Beati pauperes spiritu, quo­niam ipsorum est regnum caelorum”; cioè: beati sono i poveri di spirito, perché di loro è il regno dei cieli.
  8. Pertanto ognuna si sforzi di spogliarsi del tutto,
  9. e di mettere ogni suo bene, e amore, e piacere non negli averi,
  10. non nei cibi e nelle golosità,
  11. non nei parenti e negli amici,
  12. non in se stessa né in alcuna sua risorsa e sape­re,
  13. ma in Dio solo e nella sua sola benevola ed ineffabi­le provvidenza.
  14. Perciò dice il Vangelo: “Primum quaerite regnum Dei, et haec omnia apponentur vobis”; cioè: cercate prima il regno di Dio, e tutte queste vostre altre cose vi saranno messe davanti.
  15. E dice ancora: “Nolite solliciti esse quod comedatis, neque quod bibatis: scit enim Pater vester quia his omnibus indigetis”; cioè: non vogliate essere ansiose nel cercare quello che dovrete magiare o bere, poiché il Padre vostro celeste, Lui, sa bene che avete bisogno di tutte queste cose.
  16. Come se dicesse chiaramente: non vi affannate ri­guardo ad alcuno dei vostri bisogni temporali,
  17. perché Dio, e lui soltanto, sa, può e vuole provvedervi;
  18. Lui, che non vuole se non il solo bene e gaudio vo­stro.

Del Governo    Cap. Xl

  1. Per governare questa Compagnia si dispone che si eleggano quattro vergini fra le più capaci della Com­pagnia,
  2. e almeno quattro matrone vedove, prudenti e di vita onesta,
  3. e quattro uomini di età matura e d’esperienza.
  4. Queste vergini siano come maestre e guide nella vita spirituale.
  5. E le vedove siano come madri nell’essere sollecite circa il bene e l’utilità delle sorelle e figlie spirituali.
  6. E i quattro uomini siano come agenti, e anche padri, per gli eventuali bisogni della Compagnia. (8a) Ora: le quattro vergini vogliano particolarmente assumere questo incarico: andare a trovare ogni quindici giorni,
  7. o più o meno come si vedrà bastare,
  8. (8b) tutte le altre sorelle vergini sparse per la città,
  9. per confortarle e aiutarle qualora si trovassero in qualche situazione di discordia o in altre difficoltà sia materiali che spirituali,
  10. o nel caso che i loro superiori di casa facessero loro qualche torto,
  11. o che  le volessero trattenere dal fare qualcosa di bene,
  12. o esporle a qualche rischio di male.
  13. E se loro stesse non potessero provvedervi, ne riferi­scano alle matrone.
  14. E se neanche loro potessero porvi riparo, si voglia convocare anche i quattro uomini, così che tutti in­sieme concorrano a portarvi rimedio.
  15. Se accadesse che qualche sorella, essendo orfana, non riuscisse ad avere la sua parte,
  16. oppure, essendo governante o domestica o altro, non potesse ottenere il proprio salario,
  17. ovvero se accadesse qualcosa di simile per cui fosse necessario ricorrere in giudizio e per via legale,
  18. o mettersi d’accordo (che è il meglio che si possa fare),
  19. allora i quattro uomini, per carità e come padri, vo­gliano incaricarsene e prestare aiuto secondo il biso­gno.
  20. Se qualcuna delle persone al governo venisse a man­care, o per morte, o per essere stata deposta dall’uf­ficio, allora la Compagnia si riunisca e ne elegga delle altre per completare il numero legale.
  21. Ancora: se ce ne fosse una che non potesse svolgere il proprio compito o che si comportasse male, quella persona sia rimossa dal governo.
  22. Se per volontà e liberalità di Dio accadesse che ci fossero denari o altri beni in comune, si ricorda che devono essere bene amministrati,
  23. e che vanno dispensati con prudenza,
  24. specialmente in aiuto delle sorelle e secondo gli eventuali bisogni.
  25. Se ci fossero anche solo due sorelle rimaste sole, senza padre né madre né altri superiori, allora per carità sia presa in affitto per loro una casa (se non l’avessero), e siano aiutate nei loro bisogni.
  26. Se, invece, ne fosse rimasta una sola, allora qualcuna delle altre la voglia accogliere in casa sua,
  27. e a questa sia data quella sovvenzione che ai membri del governo parrà opportuna.
  28. Se però quella volesse andare a servizio come gover­nante o domestica, coloro che governano ne abbiano cura affinché sia collocata là dove possa trovarsi be­ne e mantenersi onesta.
  29. Se ce ne fossero di così anziane che non po­tessero mantenersi da sole, allora, di grazia, siano aiutate e servite come vere spose di Gesù Cri­sto
  30. Si raccomanda infine che, se qualcuna delle sorelle sarà inferma, quella sia visitata, e aiutata, e servita, e di giorno e di notte se necessario.
  31. E se stesse per morire, voglia lasciare qualche coset­ta alla Compagnia, in segno d’amore e di carità.
  32. Quando una sarà morta, allora tutte le altre vogliano accompagnarla alla sepoltura, andando a due a due, con carità, ciascuna con una candela in mano.
  33. E chi saprà leggere, dica l’Ufficio dei defunti;
  34. e chi non saprà leggere, dica trentatré paternostri e altrettante avemarie,
  35. così che se quell’anima, a motivo di qualche peccato, si trovasse nelle pene del purgatorio, il nostro dolce e benigno sposo Gesù Cristo la tolga da quelle pene,
  36. e la conduca alla gloria celeste insieme alle altre ver­gini, incoronata dell’aurea e lucentissima corona della verginità.

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