[REGOLA DELLA COMPAGNIA DI SANT’ORSOLA]
[PROLOGO]
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Nel nome della beata e indivisibile Trinità.
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Prologo sopra la vita delle vergini, recentemente incominciata col nome di Compagnia di Sant’Orsola.
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Alle dilette figlie e sorelle della Compagnia di Sant’Orsola.
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Poiché, figliole e sorelle dilettissime, Dio vi ha concesso la grazia di separarvi dalle tenebre di questo misero mondo e di unirvi insieme a servire sua divina Maestà,
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dovete ringraziarlo infinitamente che a voi specialmente abbia concesso un dono così singolare.
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Infatti, quante persone importanti, e quante altre di ogni condizione, non hanno né potranno aver una tale grazia
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per primo vogliate conoscere che cosa comporta una tal elezione, e che nuova e stupenda dignità essa sia.
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Poi, che vi sforziate, con ogni vostro potere, di conservarvi secondo la chiamata di Dio,
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e che cerchiate e vogliate tutti quei mezzi e quelle vie che sono necessarie per perseverare e progredire fino alla fine
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Non basta, infatti, incominciare, se non si avrà anche perseverato. Perciò dice la Verità: “Qui perseveraverit usque in finem, hic salvus erit”; chi avrà perseverato fino alla fine, quello sarà salvo.
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E ancora dice: “Beati qui audiunt Verbum Dei et custodiunt illud”; cioè: beati sono coloro ai quali Dio avrà ispirato nel cuore la luce di verità e avrà dato la voglia di desiderare la loro patria celeste; e che poi cercheranno di conservare dentro di sé tale voce di verità e tale buon desiderio.
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Senza dubbio infatti potrà conservarsi solo quella persona che vorrà anche abbracciare i mezzi e le vie a ciò necessarie,
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poiché poca o nessuna differenza c’è fra il dire francamente: non voglio più servire Dio, e il non voler seguire le vie e le regole necessarie per potersi mantenere in tale stato.
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E tanto più, sorelle mie, bisogna che siamo vigilanti, in quanto l’impresa è ditale importanza che non potrebbe essercene una di importanza maggiore,
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perché ne va della nostra vita e della nostra salvezza,
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essendo noi chiamate a tal gloria di vita, da essere spose del Figliolo di Dio e da diventare regine in cielo.
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Ma qui bisogna essere accorte e prudenti, poiché quanto più un’impresa ha valore, tanto più fatica e pericolo comporta;
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perché non c’è sorta di male che qui non tenti di opporsi, considerando che qui siamo poste in mezzo a inganni e pericoli.
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E così si armeranno contro di noi l’acqua, l’aria e la terra, con tutto l’inferno per il fatto che la carne e la sensualità nostra non sono morte.
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Neanche l’avversario nostro, il diavolo, dorme; lui che non riposa mai, bensì sempre (come dice san Pietro), come leone che rugge, guata e cerca in qual modo possa divorare qualcuna di noi, e con sue vie ed astuzie tanto numerose che nessuno le potrebbe contare.
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Tuttavia, sorelle mie, non vi dovete spaventare per questo.
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Infatti, se vi sforzerete per l’avvenire, con tutte le vostre forze, di vivere come si richiede alle vere spose dell’Altissimo,
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e di osservare questa Regola come via lungo la quale dovete camminare, e che è stata composta per il vostro bene,
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io ho questa indubitata e ferma fede, e questa speranza nella infinità bontà divina, che non solo supereremo facilmente tutti i pericoli e le avversità, ma li vinceremo anche con grande gloria e gaudio nostro.
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Anzi, passeremo questa nostra brevissima vita consolatamente
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e ogni nostro dolore e tristezza si volgeranno in gaudio e in allegrezza; e troveremo le strade, per sé spinose e sassose, per noi fiorite e lastricate di finissimo oro.
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Infatti gli angeli di vita eterna saranno con noi, nella misura in cui noi parteciperemo alla vita angelica.
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Su da brave, dunque! abbracciamo tutte questa santa Regola che Dio per sua grazia ci ha offerto.
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E, armate dei suoi sacri precetti, comportiamoci così virilmente che anche noi, come santa Giuditta, troncata coraggiosamente la testa d’Oloferne, cioè del diavolo, possiamo ritornare gloriosamente in patria;
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dove da parte di tutti, e in cielo e in terra, verranno a noi grande gloria e trionfo.
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E adesso, dunque, di grazia, state tutte attente, con cuore grande e pieno di desiderio.
Del modo di ricevere Cap. I
- Prima di tutto si ricorda come ognuna che starà per entrare o essere ammessa in questa Compagnia, debba essere vergine,
- e debba avere la ferma intenzione di servire Dio in tale sorta di vita.
- Poi: che entri lietamente
- e di propria volontà.
- Terzo: che non si sia già promessa a qualche monastero, e nemmeno ad un uomo di questo mondo.
- Quarto: se avrà padre, madre, o altri superiori, lei per prima chieda il loro consenso,
- così che a loro volta le governatrici e i governatori della Compagnia parlino con loro, di modo che essi non abbiano alcun motivo legittimo se poi per caso volessero impedirle di entrare in questa santa obbedienza.
- Quinto: che abbia almeno l’età di dodici anni
- Si ricorda, però, che quelle di età inferiore possono esser ricevute nelle riunioni per essere formate alla realtà di questa vita così singolare.
Come debbano andar vestite Cap. II
- Si ricorda inoltre che i vestiti e il modo di portarli devono essere modesti e semplici, come veramente richiede l’onestà verginale:
- perciò ognuna vada vestita col bustino convenientemente chiuso, e sopra porti uno scialle o una sciarpa di tela, come sarebbe lino o cotone non troppo sottili e per niente trasparenti; e così sia anche il fazzoletto da testa.
- I vestiti poi devono essere di stoffa o di lanetta, e di colore bruno, o castagno scuro o grigio, o morello scuro, come converrà a ciascuna secondo le proprie possibilità.
- Tuttavia si potranno portare quelle stesse vesti che le sorelle si troveranno ad avere quando entreranno nella Compagnia, e solamente fino a che dureranno, sempre che non comportino mai genere alcuno di balze, né di falde alle maniche, né alcuna sorta di intagli, né ricami e altri simili ornamenti.
- E portino ai fianchi il cingolo, segno di esteriore mortificazione e di perfetta castità interiore.
- Non comportino seta e nemmeno velluto, e nemmeno argento e oro; non pantofole e scarpe se non nere e di forma semplice.
- Non scialli e fazzoletti da testa a colori, o di seta o di altro tessuto, troppo sottili e trasparenti; non crespature alle camicie.
- Insomma, non fogge, né ornamenti, né trasparenze alcune, né altre vanità che possano macchiare la coscienza propria e quella del prossimo,
- e che siano contrarie all’onestà verginale.
Del modo di comportarsi nel mondo Cap. III
- Oltre a questo si ricorda: Primo: che non si abbia pratica con donne di malaffare.
- Poi: che per niente si ascoltino messaggi di uomini o di donne, specialmente in segreto.
- Terzo: che non si vada a nozze, e nemmeno a balli e tornei e altri simili spettacoli di piaceri mondani.
- Quarto: che rifuggano dallo stare al balcone e anche sulle porte e per strada, né sole né in compagnia, per molti motivi.
- Quinto: che andando per strada o per via, vadano con gli occhi bassi e modestamente col fazzoletto in testa:
- e vadano prestamente non indugiando, né fermandosi qua e là, né sostando a guardare curiosamente cosa alcuna.
- Perché dappertutto ci sono pericoli e varie insidie e lacci diabolici.
- Sesto: se le madri o altri superiori temporali le volessero esporre a tali o simili pericoli,
- oppure le volessero trattenere dal digiuno, o dall’orazione, o dalla confessione, o da altra sorta di bene,
- esse lo riferiscano presto alle governatrici della compagnia, affinché esse vi provvedano.
Del digiuno Cap. IV
- Si ricorda inoltre che ognuna voglia anche abbracciare il digiuno corporale, come cosa necessaria,
- e come mezzo e via per il vero digiuno spirituale, col quale si troncano via dalla mente tutti i vizi e gli errori.
- E a questo ci invita chiarissimamente l’esempio di tutte le persone sante,
- e sopra tutto la vita di Gesù Cristo, unica via al cielo
- Perciò la santa madre Chiesa fa risonare questo apertamente alle orecchie di tutti i fedeli, così rivolgendosi a Dio: “Qui corporali ieiunio vitia comprimis, mentem elevas, virtutem largiris et praemia”; cioè: Dio, che mediante il digiuno corporale freni i vizi, elevi la mente, concedi la virtù e il premio;
- poiché, come la gola fu origine di tutti i nostri mali, così conviene che il digiuno e l’astinenza siano principio e mezzo di tutti i nostri beni e progressi spirituali.
- Per questo dicono i sacri canonisti: “Indictum est ieiunium abstinentiae, lex a Domino Deo, prevaricatio legis a diabolo”; cioè: è stato comandato dal Signore Dio il digiuno, come legge di astinenza, mentre la trasgressione della legge è stata introdotta dal diavolo.
- Pertanto esortiamo ognuna a digiunare, specialmente in questi giorni dell’anno: Primo; tutti quel1i che comanda la santa madre Chiesa, cioè tutta la Quaresima, le quattro Tempora e tutte le vigilie comandate.
- Poi: tutto l’Avvento
- Terzo: si digiuni subito dopo l’Epifania quaranta giorni, per domare i sensi e gli appetiti e la sensualità che allora specialmente sembrano signoreggiare nel mondo,
- e ancora per implorare misericordia innanzi al trono della divina Altezza per tante dissolutezze che in quel tempo sono commesse dai cristiani, come è più che palese a tutti.
- Quarto: dopo l’ottava di Pasqua si digiuni tre giorni la settimana, cioè il mercoledì, il venerdì e il sabato.
- Quinto: si digiuni i tre giorni delle Rogazioni, o litanie, che la Chiesa celebra prima dell’Ascensione, per implorare il divino aiuto per il popolo cristiano.
- Sesto: si digiuni dopo l’Ascensione ogni giorno,
- e si stia anche in orazione con quanta forza di spirito si potrà fino al giorno dell’invio dello Spirito Santo, cioè fino a pasqua di maggio,
- domandando che si compia la grande promessa fatta da Gesti Cristo ai suoi eletti e ben disposti.
- Settimo: dopo pasqua di maggio si ritorni fino all’Avvento ai tre giorni della settimana sopra indicati.
- Ma siccome non si vuole se non cose discrete, allora si avverte che nessuna digiuni senza il parere specialmente del suo padre spirituale
- e delle governatrici della Compagnia, le quali devono ridurre e diminuire tali digiuni secondo che se ne vedrà il bisogno,
- perché se uno indiscretamente affligge il proprio corpo, “Esset offerre holocaustum de rapina”, cioè sarebbe come se facesse un sacrificio con qualcosa di rubato, come dicono ancora i sacri canoni.
Dell’orazione Cap. V
- Si ricorda ancora che ognuna sia sollecita all’orazione così mentale come vocale,
- la quale è compagna del digiuno; dice, infatti, la Scrittura: “Bona est oratio cum ieiunio”; cioè buona è l’orazione che s’accompagna al digiuno.
- E si legge nel Vangelo di quella Anna, figlia di Phanuel, la quale nel tempio giorno e notte di continuo serviva Dio “in ieiuniis et orationibus”.
- Poiché, come col digiuno si mortificano le tendenze della carne e i propri sentimenti, così con l’orazione si impetra da Dio la grazia della vita spirituale.
- E, anche se bisogna pregare sempre con lo spirito e con la mente, dato il continuo bisogno che si ha dell’aiuto di Dio, per cui dice la Verità: “Oportet semper orare” cioè: bisogna pregare sempre,
- tuttavia consigliamo anche la preghiera vocale frequente,
- con la quale si risvegliano i sensi
- e ci si dispone all’orazione mentale.
- Ognuna pertanto voglia ogni giorno dire almeno l’Ufficio della Madonna e i sette Salmi penitenziali, con devozione e attenzione
- perché dicendo l’Ufficio si parla con Dio, come diceva il beato Alessandro martire.
- E chi non lo sa dire, se lo faccia insegnare dalle sorelle che lo sanno dire.
- Chi poi non sa leggere, voglia dire ogni giorno a Mattutino trentatre paternostri e trentatre avemarie in memoria dei trentatre anni che Gesù Cristo visse in questo mondo per amor nostro.
- Poi, a Prima dica sette paternostri e sette avemarie per i sette doni dello Spirito Santo.
- E altrettanti ne dica a ciascuna delle altre Ore canoniche, cioè a Terza, a Sesta, a Nona, a Vespro e a Compieta.
- F per da materia e qualche avvio anche all’orazione mentale, esortiamo ognuna ad innalzare la mente a Dio e ad esercitarvisi ogni giorno e, in questo od in altro modo simile, dire nel segreto del proprio cuore:
- “Signor mio, illumina le tenebre del mio cuore,
- e dammi la grazia di morire piuttosto che offendere oggi stesso la tua divina Maestà.
- E rendi sicuri i miei affetti e i miei sensi, così che non deviino né a destra né a sinistra,
- né mi distolgano dal luminosissimo tuo volto, che fa contento ogni cuore afflitto.
- Ahi! misera me che, entrando nel segreto del mio cuore, dalla vergogna non oso alzare gli occhi al cielo;
- merito, infatti, di esser divorata da viva nell’inferno, poiché vedo in me tanti errori, tante bruttezze e tendenze riprovevoli, come spaventose fiere e figure mostruose.
- Sono, dunque, costretta, giorno e notte, andando, stando, operando, pensando, a confessarmene ad alta voce a gridare verso il cielo, chiedendo misericordia e il tempo di far penitenza.
- Degnati, o benignissimo Signore, di perdonarmi tante offese, e ogni mio fallo che mai abbia commesso fino ad ora dal giorno del santo battesimo.
- Degnati di perdonare i peccati, ahimé, anche di mio padre e di mia madre, e dei miei parenti ed amici, e del mondo intero.
- Te ne prego per la tua sacratissima passione e per il tuo sangue prezioso sparso per amor nostro;
- per il tuo santo nome: sia esso benedetto sopra la rena del mare, sopra le gocce delle acque, sopra la moltitudine delle stelle.
- Mi dolgo d’esser stata tanto lenta a incominciare a servire la tua divina Maestà.
- Ahimè! finora non ho mai sparso neppure una piccola goccia di sangue per amor tuo,
- e nemmeno sono stata obbediente ai tuoi divini precetti,
- e ogni avversità mi è stata aspra per il mio poco amore per te.
- Signore, in luogo di quelle misere creature che non ti conoscono,
- né si curano di essere partecipi ai meriti della tua sacratissima passione,
- mi si spezza il cuore,
- e volentieri (se lo potessi) darei io stessa il mio sangue per aprire la cecità delle loro menti.
- Perciò, Signore mio, unica vita e speranza mia,
- ti prego: degnati di ricevere questo mio cuore vilissimo ed impuro,
- e di bruciare ogni suo affetto e ogni sua passione nell’ardente fornace del tuo divino amore.
- Ti prego: ricevi il mio libero arbitrio,
- ogni atto della mia volontà, la quale da sé, infetta com’è dal peccato, non sa discernere il bene dal male.
- Ricevi ogni mio pensare, parlare ed operare;
- insomma: ogni cosa mia, tanto interiore quanto esteriore.
- Tutto questo io offro ai piedi della tua divina Maestà.
- E ti prego, degnati di riceverlo, benché io ne sia indegna.
- Amen.”
Dell’andar a Messa ogni giorno Cap. VI
- Inoltre ognuna vada a Messa ogni giorno, e ne veda almeno una intera,
- e ci stia con modestia e devozione,
- perché nella santa Messa si ritrovano tutti i meriti della passione del Signore nostro.
- E quanto più vi si sta con attenzione, fede e contrizione, tanto più si partecipa a quei benedetti meriti e più si riceve consolazione.
- Anzi, sarà un comunicarsi spiritualmente.
- Si raccomanda però di non indugiare troppo nelle chiese;
- tuttavia, se vorranno pregare più a lungo, si chiudano nella loro camera, e là preghino come e quanto lo Spirito e la coscienza detteranno.
Della confessione Cap. VII
- Si esorta inoltre a frequentare la confessione, necessaria medicina delle piaghe delle nostre anime,
- perché mai nessuno sarà giustificato dal peccato, se prima non avrà di sua propria bocca confessato al sacerdote le sue colpe, come dice la Scrittura: “Dic tu prius iniquitates tuas, ut justificens”; cioè: di’ tu per primo i tuoi peccati affinché tu sia giustificato.
- E la Verità dice a san Pietro: “Tibi dabo claves regni caelorum, et quodcumque ligaveris super terram erit ligatum et in caelis, et quodcumque solveris super terram erii solutum et in caelis”; cioè: io ti darò le chiavi del regno dei cieli, e qualunque cosa avrai legato sulla terra sarà legata anche in cielo, e qualunque cosa avrai slegato sopra la terra sarà slegata anche in cielo
- Dove chiaramente si dimostra che il peccato non può essere tolto via se non dal sacerdote e con la confessione.
- Infatti, in che modo il sacerdote potrebbe sciogliere dal peccato se non lo conosce?
- E in che modo lo potrebbe conoscere, se chi l’ha commesso non lo manifesta con la propria bocca, dal momento che il peccato sta nascosto nella coscienza?
- Ognuna dunque voglia presentarsi al sacerdote come davanti a Dio eterno giudice,
- e qui dolente,
- schiettamente e in verità di coscienza, confessi il proprio peccato
- e ne domandi perdono,
- e sempre con timore e reverenza stia davanti al confessore, fino a che non abbia ricevuto l’assoluzione.
- A questo proposito si fa sapere che si deve scegliere un luogo o una chiesa determinata, dove si ha da eleggere un comune padre spirituale prudente e di età matura, al quale ognuna voglia confessarsi almeno una volta al mese;
- poi, ogni primo venerdì del mese voglia recarsi in quella chiesa e là, tutte insieme, comunicarsi dal suddetto padre.
- Esortiamo inoltre ognuna a confessarsi e a comunicarsi nella propria parrocchia nelle feste solenni.
Dell’obbedienza Cap. VIII
- Si esorta ancora ognuna a praticare la santa obbedienza,
- sola vera abnegazione della propria volontà, la quale è in noi come un tenebroso inferno.
- Per questo Gesù Cristo dice: “Non veni facere voluntatem meam, sed eius qui misit me, Pater”; cioè: non son venuto per fare la mia volontà, ma quella del Padre che mi ha mandato.
- Infatti l’obbedienza è nell’uomo come una grande luce, che rende buona ed accetta ogni sua azione;
- per cui si legge: “Melius est oboedire, quam sacrificare”; cioè: meglio è obbedire che offrire sacrifici.
- E i sacri canoni dicono: “Nullum bonum est extra oboedientiam”; cioè: ogni cosa nostra, perché sia buona, dev’essere fatta sotto obbedienza.
- Per questo ognuna voglia obbedire:Primo: ai comandamenti di Dio, poiché dice la Scrittura: “Maledictus qui declinat a mandatis tuis”; cioè: maledetto è colui che non osserva i tuoi comandamenti.
- Poi: a ciò che comanda la santa madre Chiesa, perché, dice la Verità: “Qui vos audit me audit, et qui vos spernit inc spernit”; cioè: chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me.
- Terzo: obbedire al proprio vescovo e pastore, e al proprio padre spirituale.
- E ai governatori e alle governatrici della Compagnia.
- Inoltre: obbedire al padre e alla madre, e agli altri superiori di casa,
- ai quali consigliamo di chieder perdono una volta la settimana in segno di sottomissione e per conservare la carità.
- Obbedire anche alle leggi e agli statuti dei reggitori, e ai governatori degli Stati.
- E sopra tutto: obbedire ai consigli e alle ispirazioni che di continuo ci suscita nel cuore lo Spirito Santo;
- la cui voce sentiremo tanto più chiaramente quanto più purificata e monda avremo la coscienza.
- Lo Spirito Santo, infatti, è colui che (come dice Gesù Cristo) “Docet nos omnem veritatem”; cioè: insegna a noi ogni verità.
- Allora, in conclusione: obbedire a Dio, e a ogni creatura per amore di Dio, come dice l’Apostolo,
- purché non ci sia comandata cosa alcuna contraria all’onore di Dio e alla propria onestà.
Della verginità Cap. IX
- Ognuna ancora voglia conservare la sacra verginità,
- non già facendone voto per esortazione umana, ma facendo volontariamente sacrificio a Dio del proprio cuore.
- Perché la verginità (come dicono ancora i canonisti) è sorella di tutti gli angeli,
- vittoria sopra la concupiscenza, regina delle virtù,
- e signora di tutti i beni
- Ognuna deve dunque in ogni cosa comportarsi così da non commettere né in se stessa, né nei confronti del prossimo, cosa alcuna che sia indegna di spose dell’Altissimo.
- Allora: soprattutto si tenga il cuore puro e la coscienza monda da ogni pensiero cattivo,
- da ogni ombra d’invidia e di malevolenza
- da ogni discordia e cattivo sospetto,
- e da ogni altro desiderio cattivo e cattiva volontà.
- Ma sia lieta, e sempre piena di carità, e di fede, e di speranza in Dio.
- E il comportamento col prossimo sia giudizioso e modesto, come dice san Paolo: “Modestia vestra nota sit omnibus hominibus”; cioè: il vostro riserbo e la vostra prudenza siano visibili a tutti, di modo che ogni vostro atto e ogni vostro parlare siano onesti e misurati,
- non nominando Dio invano,
- non giurando, ma dicendo soltanto con modestia: sì, sì, oppure no, no, come Gesù Cristo insegna,
- non rispondendo superbamente,
- non facendo le cose malvolentieri,
- non restando adirata,
- non mormorando,
- non riportando cosa alcuna di male.
- Insomma: non facendo atto, né gesto alcuno che sia indegno in particolare di chi porta il nome di serve di Gesù Cristo.
- Ma tutte le parole, gli atti e i comportamenti nostri siano sempre di ammaestramento e di edificazione per chi avrà a che fare con noi,
- avendo noi sempre nel cuore un’ardente carità.
- Inoltre ognuna voglia essere disposta a morire piuttosto che acconsentire mai a macchiare e a profanare un così sacro gioiello.
Della povertà Cap. X
- Esortiamo finalmente ognuna ad abbracciare la povertà,
- non solamente quella affettiva delle cose temporali,
- ma soprattutto la vera povertà di spirito, con la quale l’uomo sì spoglia il cuore da ogni affetto
- e da ogni speranza di cose create,
- e di se stesso.
- E in Dio ha ogni suo bene, e fuori di Dio si vede povero del tutto, e proprio un niente, mentre con Dio ha tutto.
- Perciò dice la Verità: “Beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum caelorum”; cioè: beati sono i poveri di spirito, perché di loro è il regno dei cieli.
- Pertanto ognuna si sforzi di spogliarsi del tutto,
- e di mettere ogni suo bene, e amore, e piacere non negli averi,
- non nei cibi e nelle golosità,
- non nei parenti e negli amici,
- non in se stessa né in alcuna sua risorsa e sapere,
- ma in Dio solo e nella sua sola benevola ed ineffabile provvidenza.
- Perciò dice il Vangelo: “Primum quaerite regnum Dei, et haec omnia apponentur vobis”; cioè: cercate prima il regno di Dio, e tutte queste vostre altre cose vi saranno messe davanti.
- E dice ancora: “Nolite solliciti esse quod comedatis, neque quod bibatis: scit enim Pater vester quia his omnibus indigetis”; cioè: non vogliate essere ansiose nel cercare quello che dovrete magiare o bere, poiché il Padre vostro celeste, Lui, sa bene che avete bisogno di tutte queste cose.
- Come se dicesse chiaramente: non vi affannate riguardo ad alcuno dei vostri bisogni temporali,
- perché Dio, e lui soltanto, sa, può e vuole provvedervi;
- Lui, che non vuole se non il solo bene e gaudio vostro.
Del Governo Cap. Xl
- Per governare questa Compagnia si dispone che si eleggano quattro vergini fra le più capaci della Compagnia,
- e almeno quattro matrone vedove, prudenti e di vita onesta,
- e quattro uomini di età matura e d’esperienza.
- Queste vergini siano come maestre e guide nella vita spirituale.
- E le vedove siano come madri nell’essere sollecite circa il bene e l’utilità delle sorelle e figlie spirituali.
- E i quattro uomini siano come agenti, e anche padri, per gli eventuali bisogni della Compagnia. (8a) Ora: le quattro vergini vogliano particolarmente assumere questo incarico: andare a trovare ogni quindici giorni,
- o più o meno come si vedrà bastare,
- (8b) tutte le altre sorelle vergini sparse per la città,
- per confortarle e aiutarle qualora si trovassero in qualche situazione di discordia o in altre difficoltà sia materiali che spirituali,
- o nel caso che i loro superiori di casa facessero loro qualche torto,
- o che le volessero trattenere dal fare qualcosa di bene,
- o esporle a qualche rischio di male.
- E se loro stesse non potessero provvedervi, ne riferiscano alle matrone.
- E se neanche loro potessero porvi riparo, si voglia convocare anche i quattro uomini, così che tutti insieme concorrano a portarvi rimedio.
- Se accadesse che qualche sorella, essendo orfana, non riuscisse ad avere la sua parte,
- oppure, essendo governante o domestica o altro, non potesse ottenere il proprio salario,
- ovvero se accadesse qualcosa di simile per cui fosse necessario ricorrere in giudizio e per via legale,
- o mettersi d’accordo (che è il meglio che si possa fare),
- allora i quattro uomini, per carità e come padri, vogliano incaricarsene e prestare aiuto secondo il bisogno.
- Se qualcuna delle persone al governo venisse a mancare, o per morte, o per essere stata deposta dall’ufficio, allora la Compagnia si riunisca e ne elegga delle altre per completare il numero legale.
- Ancora: se ce ne fosse una che non potesse svolgere il proprio compito o che si comportasse male, quella persona sia rimossa dal governo.
- Se per volontà e liberalità di Dio accadesse che ci fossero denari o altri beni in comune, si ricorda che devono essere bene amministrati,
- e che vanno dispensati con prudenza,
- specialmente in aiuto delle sorelle e secondo gli eventuali bisogni.
- Se ci fossero anche solo due sorelle rimaste sole, senza padre né madre né altri superiori, allora per carità sia presa in affitto per loro una casa (se non l’avessero), e siano aiutate nei loro bisogni.
- Se, invece, ne fosse rimasta una sola, allora qualcuna delle altre la voglia accogliere in casa sua,
- e a questa sia data quella sovvenzione che ai membri del governo parrà opportuna.
- Se però quella volesse andare a servizio come governante o domestica, coloro che governano ne abbiano cura affinché sia collocata là dove possa trovarsi bene e mantenersi onesta.
- Se ce ne fossero di così anziane che non potessero mantenersi da sole, allora, di grazia, siano aiutate e servite come vere spose di Gesù Cristo
- Si raccomanda infine che, se qualcuna delle sorelle sarà inferma, quella sia visitata, e aiutata, e servita, e di giorno e di notte se necessario.
- E se stesse per morire, voglia lasciare qualche cosetta alla Compagnia, in segno d’amore e di carità.
- Quando una sarà morta, allora tutte le altre vogliano accompagnarla alla sepoltura, andando a due a due, con carità, ciascuna con una candela in mano.
- E chi saprà leggere, dica l’Ufficio dei defunti;
- e chi non saprà leggere, dica trentatré paternostri e altrettante avemarie,
- così che se quell’anima, a motivo di qualche peccato, si trovasse nelle pene del purgatorio, il nostro dolce e benigno sposo Gesù Cristo la tolga da quelle pene,
- e la conduca alla gloria celeste insieme alle altre vergini, incoronata dell’aurea e lucentissima corona della verginità.
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